Aperto ai tre mondi che si incrociavano nella sua città (latino, slavo, germanico), allievo di Bruckner, ha musicato opere e operette in più lingue (sloveno, tedesco, italiano e croato). Ha incontrato però una serie di fattori sfavorevoli. Il nazionalismo italiano, già forte a fine ’800, gli ha nuociuto a Trieste. E l’essersi espresso, nel 1914 – da dipendente del ministero degli interni – contro la guerra dichiarata dall’Austria alla Serbia gli è valso un pensionamento anticipato.
La rivalità tra la sua città e Lubiana, per essere la capitale del popolo sloveno gli ha creato altri problemi: considerato sempre triestino, dunque “straniero”, dal 1918, per due anni, gli è stato rifiutato l’ingresso nel Regno dei Serbi, Sloveni e Croati. Anche la scelta di un librettista tedesco per la sua opera più alta, lo “Zlatorog”, è stato stata mal vista. Molto hanno nuociuto l’apprezzamento della sua opera da parte dei nazisti invasori (vent’anni dopo la sua morte), e la dichiarazione del figlio Bruno, deportato dall’Italia nel campo di Gonars, fatta nel ’45 a Lubiana (“Sono sloveno, antifascista e antinazista, ma non per questo comunista”).
La sua produzione è stata dichiarata “musica reazionaria”, in parte dispersa, in parte mandata a Trieste (dove è rimasta dimenticata per qualche decennio).
Nell’occasione dei cent’anni dalla morte, il Circolo della Stampa di Trieste intende ricordare la figura di Viktor Parma, con una serie di manifestazioni. Nella giornata di domenica marzo, alle 17.30, nell’Auditorium dell’UWCA, aperta al pubblico esterno, ci sarà una conversazione con audizioni e proiezioni che ne tratterà l’opera, con particolare riferimento al suo capolavoro “Zlatorog” (l’Auricorno).
I modelli espressivi di Parma e in parte le sue tematiche risentono della lirica italiana, dell’operetta viennese e del folklore sloveno. Anche i soggetti hanno tematiche legati alla tristezza slava, le opere spesso finiscono nel dolore e nel dramma, come Ksenija e L’antica canzoncina, mentre altre – in genere operette – sono briose e piccanti (basti citare il “Tempio di Venere”, casa d’appuntamenti parigina che si trasforma in scuola di musica quando arriva la polizia.
L’opera più alta è però “Zlatorog”, su libretto di Richard Brauer. Vi si intrecciano leggende slovene: le Rojenice, fate protettrici e l’animale mitico che simboleggia la numinosità della montagna e l’inattingibile che l’uomo non può sfidare. Ma c’è anche il tema sociale, la stratificazione delle classi, la condanna della mercificazione di tutto.
Al centro, una tragica storia d’amore: Janez, aitante cacciatore di Val Trenta, amoreggia con Spela, pastora di Malga Komna, e dal nonno della ragazza, apprende la leggenda di Zlatorog, il camoscio dalle corna d’oro, che vigila le alte balze del Triglav. Se ferito, guarisce brucando la rose rosse che sbocciano dal suo sangue. Ma chi riuscisse ad ucciderlo, avrebbe l’accesso all’immenso tesoro contenuto nel monte Bogatin “che 600 carri non riuscirebbero a portare via”.
All’osteria sul ponte dell’Isonzo, dove Spela fa la sguattera, c’è una festa, dove vengono festeggiati Katra, l’ostessa, e Janez, infallibile schutz. Lì, questi incontra Jerica, figlia di Katra, e se ne innamora. L’idillio dura poco: da Venezia giunge una piccola carovana di mercanti diretti oltralpe, guidata da Marco, che seduce Jerica offrendole un collier d’oro.
Janez si infuria, la ragazza sprezzante, gli dice: Marco mi offre gioielli, tu solo i fiori del Triglav. Vai, conquista il tesoro. Janez, vanamente supplicato da Spela perché non lo faccia, tenta l’impresa, ferisce Zlatorog, che però si risana mangiando le rose sbocciate dal suo sangue. Poi, abbagliato dallo scintillio delle corna d’oro, Janez precipita nell’abisso.
AUDITORIUM DEL COLLEGIO DEL MONDO UNITO – 10 MARZO ORE 17.30

Auditorium Collegio del Mondo Unito – Duino